“Chapeau”.

Così Dario Franceschini, ministro dei Beni Culturali, ha omaggiato Silvio Berlusconi per il voto alle Camere sullo scostamento di bilancio proposto dall’esecutivo Conte.

Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno riconosciuto al padre nobile del centrodestra la saggezza del consiglio: moderazione e unità nazionale in tempo di Covid, per il bene dell’Italia.

Quindi hanno votato insieme alla maggioranza.

Il problema è che il governo, in cambio dell’assenso dell’opposizione alla legge di bilancio, aveva concesso un “salva Mediaset” contro la scalata di Vivendi, società di comunicazione in mano a Bollorè, miliardario francese, che da anni tenta di annettersi il colosso della famiglia Berlusconi, considerato asse strategico del made in Italy.

“Dout ut des” tipico dello scambio da sottogoverno, che nulla cambia per quanto riguarda la crisi sistemica dell’Italia, ma che dice molto sulla sudditanza del Pd ad un moderatismo berlusconiano che sa di padre della patria della necessità e non certo della virtù.

Perchè il marchio di fabbrica del berlusconismo sulle opzioni parafasciste dell’estrema destra italiana sono indelebili pure oggi, anche se Mister B recita da statista moderato e parla con toni affettati del bene del Paese che dal 1994 deve coincidere con il suo.

Il Caimano è stato un Trump ante litteram.

Il suo anticomunismo non era conservazione liberale alla Churchill, ma populismo fascistoide peronista, il suo “Giornale”, a volte, sembra un foglio edito nel Cile di Pinochet.

Tutto arcirisaputo, a cominciare pure da Indro Montanelli, anticomunista doc, che lasciò il Giornale bollando il Cavaliere come un nuovo Duce.

Per mister B. il comunismo è il male assoluto, ognuno ha le sue idee, diamine.

Ma che alcuni dirigenti del Pd siano attratti dalla svolta moderata di Silvio B. è la conclusione scontata che i ruggiti da leone del cosiddetto riformismo democratico sono solo ragli d’asino di un piattume politico senza fondo.

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